3. Il Software Libero e le istituzioni formali.

Quanto segue è il terzo capitolo della mia Tesi, che ho terminato di scrivere nel 2002: “IL SOFTWARE LIBERO E LE ISTITUZIONI FORMALI“. Tutti i riferimenti, pertanto, risalgono ad allora. Le note inserite dopo la pubblicazione saranno evidenziate con la data di inserimento della nota stessa. Tutti i capitoli pubblicati sono raggiungibili dall’INDICE

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La natura del software.

Prima di introdurre le regole formali che lo riguardano direttamente - copyright o licenze d’uso, brevetti, leggi di tutela a livello nazionale e accordi internazionali - occorre conoscere meglio l’effettiva ‘natura’ del software.

Uno dei caratteri essenziali nelle società moderne e ‘occidentali’, generalmente accettato anche da sociologi ed economisti, è l’importanza sempre più strategica dell’informazione, intesa come risorsa, ovvero, della capacità di produrla, elaborarla e distribuirla. E il software è informazione.

Il termine informazione definisce una risorsa tipicamente astratta, immateriale, che riguarda la manifestazione delle idee e come le altre risorse è un mezzo capace di soddisfare dei bisogni. È costituita da conoscenze e notizie prodotte e trasmesse in modi e con supporti eterogenei. Può, prendere forma nei modi più svariati come libri, immagini, musica, film, programmi televisivi, formule matematiche, e ovviamente anche software1.

Tra i tanti appellativi, la nostra società, è stata denominata ’società dell’informazione’. Questo sottolinea ulteriormente il ruolo prezioso di questa risorsa nella nostra società, e lo è anche dal punto di vista economico. L’informazione ha sempre avuto una posizione importante, ma oggi, è divenuta centrale e strategica rispetto a quella delle altre risorse economiche.

Da qui l’esigenza di tutelarla e regolamentarla meglio, compito non facile, a causa del criterio seguito che si basa sulla territorialità2. Ulteriore complicazione è data dal fatto che, il più delle volte, i sistemi di tutela degli stati nazionali, sono delle riletture e adattamenti di vecchi strumenti, nati in epoca priva di tecnologie digitali in cui l’informazione era incorporata in supporti la cui produzione era costosa e la diffusione circoscritta.

La tecnologia digitale è completamente nuova rispetto ai riferimenti dei legislatori, da qui la difficoltà di trovare delle normative adatte a ‘prodotti’ che possono essere dislocati in ogni punto del globo terrestre, in tempo reale, a costo irrisorio (escludendo l’attrezzatura) e in copie che risultano identiche all’originale.

Prima di affrontare più in dettaglio il tema delle normative, vale a dire delle istituzioni formali, occorre focalizzare un altro problema che complica ulteriormente il quadro della situazione: i costi di produzione (implementazione) del software.

Costi di produzione del software.

Il software è un prodotto costituito da un insieme di istruzioni digitali. Come gli altri prodotti classificabili come informazione è immateriale e per essere utilizzato, prodotto e accumulato deve essere incorporato in un supporto. Tra supporto e prodotto c’è una stretta integrazione, ma vanno tenuti logicamente distinti sia per comprendere i problemi inerenti alla sua produzione sia per quelli che sorgono per la sua tutela giuridica.

La struttura dei costi di produzione del software è decisamente singolare.

A differenza dei prodotti industriali ‘classici’, esso è affetto da una diseconomia di scala dei costi di sviluppo rispetto alla dimensione del prodotto, in altre parole, all’aumentare della dimensione del programma, cresce anche la sua complessità, e lo fa in modo esponenziale, quindi anche il suo costo cresce allo stesso modo. Se ad esempio si raddoppiano le dimensioni di un programma, la sua complessità va praticamente elevata al quadrato, ma, quel che è peggio, è l’incremento della ‘difettosità’, più che proporzionale rispetto alla complessità, quindi, aumentano allo stesso modo anche i tempi di verifica (test) e di correzione di bug o altre imperfezioni3.

I costi di progettazione e di sviluppo marciano paralleli a questi aumenti e non sono comunque facilmente stimabili in anticipo soprattutto per i bug, difficili da individuare oltre che da correggere. Inoltre, non esiste uno strumento automatico per verificare la correttezza di un programma, ne consegue, che l’attività di programmazione è, e rimane, di tipo creativo-artigianale e non può essere industrializzata. La produttività media dei programmatori non è incrementabile con strumenti automatici,4 in questo senso, non si può considerare il loro prodotto come veramente industriale. In più il software invecchia molto rapidamente, quindi, produrlo è una costante corsa contro il tempo.

Conseguenza della “natura non industriale dell’industria del software” è che, un’azienda che implementa direttamente il software, dovrà investire in proporzione ai fattori sopra esposti ma dovrà anche avere, per il suo prodotto, un bacino di utenza sufficientemente ampio da assorbirne i costi. E non è una certezza che ciò avvenga.

Infine, come già accennato, il software può essere riprodotto e/o trasferito ad un costo irrisorio, che facilita le fasi successive dei software industriali ma anche la pratica, particolarmente diffusa in tutto il mondo, della duplicazione abusiva.

Considerando queste premesse non stupisce che le aziende produttrici, che seguono la filosofia ‘Closed Source’, abbiano cercato di difendere i propri prodotti, con tutti gli strumenti a disposizione. Innanzitutto informatici, come le tecnologie anticopia o l’occultamento del codice sorgente (quale segreto industriale), ora anche con dispositivi hardware. In secondo luogo, affidandosi agli strumenti giuridici: il copyright e se possibile con i brevetti.

Tipologia del software in base alle licenze.

Il software è classificato (quasi ovunque) come opera dell’ingegno, pertanto, l’autore è titolare del ‘Diritto d’autore’ o ‘Copyright’, che prevede una serie di diritti sulla sua opera, in parte cedibili ed in parte no.

Il Diritto d’autore distingue tra un diritto di proprietà immateriale (corpus mysticum), che spetta esclusivamente all’autore e quello del possesso materiale del bene (corpus mechanicum), ossia il diritto di chi possiede ‘materialmente’ e a qualsiasi titolo - acquisto, noleggio, prestito - quell’opera.

L’opera d’ingegno è legata indissolubilmente a colui che l’ha creata e tale vincolo persiste indipendentemente dalle vicende dell’opera o delle copie possedute da terzi.

In capo all’autore sono riconosciuti una serie di diritti, morali e patrimoniali, che possiede per il solo fatto di essere l’autore. L’acquisizione dei diritti è data dal fatto in sé della creazione dell’opera, senza formalità alcuna, come la pubblicazione, il deposito o la registrazione dell’opera.

Il diritto morale è inalienabile e riconosce all’autore la facoltà di rivendicare la paternità dell’opera e la sua integrità, cioè, di opporsi a deformazioni, danni o modifiche. L’autore è anche l’unico che può decidere se pubblicare o meno la sua opera (diritto di inedito).

Il diritto patrimoniale, invece, può essere ceduto; si concretizza con lo sfruttamento economico dell’opera in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo consentiti dalla legge e col godimento dei benefici connessi, ma anche, con la rinuncia agli stessi.

Il primo livello tra gli strumenti giuridici a tutela dei diritti sopra esposti, è il ‘patto’ che intercorre tra l’autore e l’utente.

Nel caso del Software, il ‘patto’ con l’utente è il ‘Contratto di licenza d’uso’. L’utente, infatti, diventa proprietario solo del supporto e nemmeno di quello se entra in possesso del software tramite download,5 ha poi, facoltà di utilizzarlo, solo lui, secondo le modalità previste dalla licenza d’uso. Questa, infatti, contiene le volontà dell’autore per quanto riguarda la possibilità o meno per l’utente di eseguire il software per i propri scopi (escludendo eventualmente alcuni tipi di utilizzo oppure particolari soggetti) e per quanto tempo, di cederlo e a quale titolo (vendita, noleggio, prestito), di copiarlo (per cederlo o per conservare una copia di backup6), di studiarlo, ricostruirlo, adattarlo, correggerlo, modificarlo o tradurlo in altra lingua e ridistribuirne le versioni modificate, di affiancarlo o includerlo in altri software, ecc. Queste volontà sono tutelate dalle leggi sul Copyright o ‘Diritto d’autore’.

In base a ciò che le licenze vietano o consentono, il software può essere classificato ed inserito nelle categorie Closed, Open, Free e Public domain Software o sottogruppi minori.

Mappa delle licenze. Fonte: http://www.gnu.org/

Public Domain Software.

È il software che circola senza la copertura di alcun tipo di licenza.

Agli albori dell’informatica erano molti i software a circolare in questo modo.

Con l’avvento del mercato del software si è presentato il problema della cooptazione di questi programmi di dominio pubblico da parte di singoli o aziende. Questi venivano presi, eventualmente modificati, e ridistribuiti coperti da copyright, spesso senza il codice sorgente e senza citare l’autore originario.

Gli autori di Free Software hanno adottato l’uso di licenze, proprio, per i problemi che il ‘Pubblico Dominio’ creava: cooptazione e chiusura dei sorgenti, possibile occultamento della paternità dell’opera, biforcazione dei progetti (come avvenuto con UNIX, anche tra Free e non-Free).

Free Software.7

Come definito nelle pagine di documentazione della Free Software Foundation,8 si può parlare di ‘Free Software’ solo se rispetta precise caratteristiche.

Il ‘Free Software’, dove Free va inteso come libertà e non come gratuità,9 riconosce all’utente quattro tipi di libertà:10

- di eseguire il programma per qualsiasi scopo;

- di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità;

- di copiare e distribuire le copie per aiutare il prossimo;

- di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio;

solo se sono garantite tutte queste libertà si tratta di Free Software. Per usufruirne pienamente, vanno rispettate alcune condizioni:

avere a disposizione il codice sorgente, che deve essere incluso o reso disponibile, ma si è liberi di distribuire le copie del software, modificate o meno, nella forma che si ritiene più opportuna.

L’uso del programma non deve subire restrizioni di sorta nei confronti di persone o organizzazioni, su qualsiasi sistema informatico e per qualsiasi attività.

Le modifiche devono potersi fare senza formalità alcuna e lo stesso per la pubblicazione della propria versione.

Le libertà concesse devono essere irrevocabili, salvo abusi da parte dell’utente, in caso contrario il software non è Free.

Per l’uso, qualsiasi esso sia, non devono essere richiesti comunicazioni o permessi, inoltre, non va pagata la licenza d’uso. Questo non significa che non si possa chiedere un compenso per il supporto fisico e per le varie forme possibili di servizi o consulenza. Anzi, è proprio su questo che si sostiene il ‘mercato’ del Software Libero.

Le versioni modificate in ogni caso devono indicare l’avvenuta modifica, per proteggere la reputazione degli autori originari in caso di malfunzionamento.

Ulteriori regole sulle modalità di distribuzione sono ammissibili, purché non entrino in conflitto con le libertà principali. Ad esempio il ‘Copyleft’ o ‘Permesso d’autore’,11 ovvero, la regola che, in caso di redistribuzione del programma originale o modificato, vieta di aggiungere restrizioni per negare ad altre persone le libertà principali ed obbliga al rilascio sotto la medesima licenza.

La proprietà di trasmettersi da un programma all’altro è la ragione per cui la licenza Copyleft GNU/GPL (la più diffusa ed importante del progetto GNU) è stata definita ad effetto autopoietico, virale.

Il Free Software è perfettamente compatibile con un utilizzo commerciale e non è insolito che venga usato, sviluppato e distribuito anche in ambito commerciale, al contrario, lo viluppo in quest’ambito è diventato una voce importante delle comunità del Software Libero.

È ammesso, inoltre, che vengano poste regole sulle modalità di fare un pacchetto (unire più software in un’unica distribuzione) purché non ostacolino la diffusione di versioni modificate.

Esiste Free Software privo di Copyleft ma nel progetto GNU della Free Software Foundation è fortemente sconsigliato: “Crediamo che ci siano importanti ragioni per cui sia meglio usare il permesso d’autore, ma se un programma è software libero senza permesso d’autore, possiamo comunque utilizzarlo”.12

Open Source Software.

Il software Open Source, per essere definito tale, deve rispettare una serie di criteri13 stabiliti nella Open Source Definition - una carta dei diritti dell’utente di software - della Open Source Initiative.14

La redistribuzione deve essere libera [free], pertanto, le licenze devono consentire di vendere o donare i programmi anche aggregati ad altri software con licenze meno permissive o chiuse. Per le licenze d’uso non potranno essere richiesti diritti d’autore o altri pagamenti.

Il Codice Sorgente deve essere allegato, qualora non lo fosse deve essere comunque disponibile senza restrizioni e deve essere ben pubblicizzata la possibilità di ottenerlo gratuitamente.

Deve essere consentita la modifica e la realizzazione di prodotti derivati oltre alla loro redistribuzione alle stesse condizioni del software originale.

Il Codice Sorgente dell’Autore originario deve rimanere integro. Questo significa che la licenza potrà impedire la redistribuzione del codice sorgente modificato solo se quella stessa licenza consente la distribuzione di “patch files” (modifiche, aggiunte o correzioni contenute in appositi file non fusi in modo inscindibile con il codice originario), che modificano il programma al momento dell’installazione. Essa dovrà consentire esplicitamente la distribuzione di programmi costruiti a partire da codice sorgente modificato. Così, le modifiche ‘non ufficiali’ sono disponibili ma, anche, distinte dal codice originario. L’autore può pretendere che le versioni derivate siano distribuite con un altro nome.

La licenza non deve contenere restrizioni per persone, gruppi o campi d’applicazione.

I diritti inclusi in queste licenze devono trasmettersi automaticamente a coloro cui è ceduto il programma senza bisogno di licenze aggiuntive.

Se il programma è aggregato ad altri sotto un’unica licenza, in caso di estrazione e diffusione del singolo programma, questo mantiene la licenza originaria dell’aggregato.

Viceversa la licenza deve consentire che il programma venga aggregato (non ‘confuso’) ad altri senza porre vincoli sull’altro software, ad esempio, imponendo la stessa licenza.

Le differenze con le licenze Free Software non sono molte e infatti sono pochissime le licenze non comuni alle due definizioni, quelle Open Source, permettono una maggiore ‘promiscuità’ con il software proprietario e ne agevolano la distribuzione aggregata.

Il Software Libero in genere, è ceduto senza alcuna garanzia. La ragione dell’assenza di garanzia è dovuta al fatto che l’autore originario rischia di essere chiamato in cause legali anche per modifiche non apportate da lui. Garantire questo tipo di software diventerebbe di ostacolo alla sua diffusione ed esporrebbe l’autore ad insopportabili rischi finanziari.

È concessa garanzia, ma limitata - come avviene per il software proprietario - solo in caso di diffusione commerciale. In questo caso è il ‘Commerciante’ che si assume la responsabilità. La limitazione scelta nella maggior parte dei casi, fa si che si debba solo risarcire il prezzo del pacchetto software, oppure, obbliga alla sostituzione del supporto danneggiato. Mai in nessun caso per il danno causato per la perdita di dati o altri danni causati da malfunzionamento.15

Software proprietario.

Si tratta di tutto il software per cui l’uso, la distribuzione e la modifica, sono vietate, oppure richiedono un esplicito permesso.16 Anche il software proprietario è distribuito sia gratis sia a pagamento, in quest’ultimo caso si definisce con l’aggettivo commerciale. Le licenze sono diverse da un produttore all’altro e spesso le aziende differenziano le licenze per ogni software che producono e distribuiscono.

Il software proprietario si qualifica in vari modi, a seconda delle clausole della licenza, in base alle modalità di distribuzione e al fatto che venga o meno, e in che momento, richiesta una qualche forma di pagamento. Le licenze devono essere accettate (dopo averle lette! - ma è una pratica poco diffusa) durante l’installazione.

Le forme più comuni sono:

- Commerciale proprietario: prevede l’acquisto della licenza per poter entrare in possesso del supporto e/o per poter cominciare l’utilizzo. Alcune volte, il solo fatto di aprire la confezione esterna, in plastica trasparente del packaging, equivale ad accettazione della licenza - leggibile all’esterno della scatola, senza attendere l’accettazione esplicita durante l’installazione del prodotto.17

- AD-Ware: contenente banner pubblicitari. Alcune case produttrici di software hanno deciso di rendere gratuito all’utenza il loro software. La licenza è offerta da coloro che usufruiscono del servizio di pubblicità inserito nel programma. Spesso è possibile liberarsi dalla pubblicità pagando la licenza per l’uso libero dai banner.

- Demo: hanno alcune opzioni non attive per cui il programma risulta incompleto ma utilizzabile (spesso usata per i video giochi), oppure, sono integri, ma, cessano di funzionare dopo un periodo di tempo concesso per provarlo (questo secondo tipo è detto anche Shareware).

- Shareware: possono essere ottenuti gratuitamente e provati per un certo periodo di tempo. Se il software è ritenuto soddisfacente per le proprie esigenze, allo scadere del periodo di prova, occorre pagare una certa somma all’autore altrimenti il programma cessa di funzionare.

- Freeware: ceduti gratuitamente, ma con le limitazioni all’uso previste dai software proprietari. Sono spesso usati dai produttori di software proprietario commerciale per inserirsi o guadagnare posizioni in una nicchia di mercato o per far affermare uno standard proprietario. In alcuni casi viene fatta una distinzione tra clienti domestici e ‘Business’ per cui, il medesimo programma, gratuito o a pagamento a seconda del tipo di utente che ne fa uso.

La distribuzione gratuita del software è, pertanto, una strategia attuata sia in ambito proprietario che Libero, ciò che le distingue è la finalità sottostante. In ambito proprietario si mira alla massima diffusione per conquistare fette di mercato legando l’utenza ai propri prodotti con i propri standard, che generalmente sono chiusi, (il che comporta, ad esempio, l’impossibilità di visualizzare i documenti o di visualizzarli esattamente come sono stati creati, se si utilizzano programmi di altri produttori) e per ‘abitudine’ (migrare da un software ad un altro, anche se svolge lo stesso compito, è costoso, quantomeno, per il tempo da dedicare all’apprendimento) e anche, per spingerli per ‘gratitudine’ ad acquistare altro software o la versione ‘più evoluta’ di quel produttore.

In ambito Libero si ha cessione gratuita perché la modalità di allocazione delle risorse è la reciprocità: la comunità dona il software all’utente e l’utente fa aumentare il valore intrinseco del software. Se il donatario è un utente attivo, arricchisce il patrimonio di conoscenza, il capitale sociale che sta dietro il progetto di sviluppo di quel software e arricchisce, nel loro complesso, le comunità del Software Libero.

Le principali Organizzazioni a sostegno del Software Libero.

Prima di passare al nuovo capitolo, sul terzo garante, che illustra le problematiche inerenti alla tutela giuridica del software, occorre accennare alle due più importanti organizzazioni senza scopo di lucro che sostengono e promuovono il Software Libero. Esse hanno dato vita a due distinti movimenti, con un’ampia base storica e filosofica in comune. Hanno confini ‘fuzzy’,18 a volte indistinguibili, ciascuno con finalità, leader carismatici ed autocoscienza propri.

La Free Software Foundation [FSF] e la Open Source Initiative [OSI], sono sorte per la promozione di questo tipo di software, del suo modello di sviluppo, della filosofia e per incentivare l’utilizzo e la difesa del copyright specifico studiato per la tutela dell’ideale sottostante attraverso i propri ‘prodotti’.

La Free Software Foundation e il “Copyleft”.

All’inizio degli anni ‘80, il mercato si era imposto con le sue regole anche sul prodotto software, che veniva, così, diffuso a sorgenti chiusi per proteggere il vantaggio competitivo guadagnato sulla concorrenza.

I vincoli posti dai produttori impedivano la soluzione di problemi, anche banali, che in luoghi gremiti di persone competenti per risolverli, come il laboratorio del MIT, erano barriere profondamente frustranti, che ostacolavano lo svolgimento fluido delle attività quotidiane oltre a quelle di ricerca vera e propria. Ricorda Stallman: “Avevo già sperimentato cosa significasse un accordo di non diffusione per chi lo firmava, quando qualcuno rifiutò a me e al laboratorio AI del MIT il codice sorgente del programma di controllo della nostra stampante; l’assenza di alcune funzionalità nel programma rendeva oltremodo frustrante l’uso della stampante”.19

La segretezza, ormai accettata dai più come normale esigenza di mercato, stava rapidamente contagiando gli ambienti della ricerca e delle università, e minava nel profondo l’uso mantenuto fino ad allora di cooperare, condividere e scambiare le conoscenze, bloccando di fatto l’innovazione.

Nel 1983, gran parte della comunità di hacker si era dispersa e Richard Stallman, decise di lasciare il suo incarico di sistemista al laboratorio del MIT “Una volta che il mio gruppo si fu sciolto, continuare come prima fu impossible. Mi trovai di fronte ad una difficile scelta morale. La scelta facile sarebbe stata quella di unirsi al mondo del software proprietario, firmando accordi di non-diffusione e promettendo di non aiutare i miei compagni hacker. […] In questo modo avrei potuto guadagnare, e forse mi sarei divertito a programmare. Ma sapevo che al termine della mia carriera mi sarei voltato a guardare indietro, avrei visto anni spesi a costruire muri per dividere le persone, e avrei compreso di aver contribuito a rendere il mondo peggiore20.

Hacker puro, inflessibile, coerente con l’etica hacker, era profondamente convinto della dannosità pratica di non diffondere il codice sorgente, del fatto che il software non dovesse avere un ‘padrone’ e, comunque, che nessuno mai avrebbe dovuto pagare per poterlo usare.

Con la ferma volontà di ricreare una comunità libera per tutti, come quella del MIT delle origini, tra la fine del 1983 e l’inizio dell’84, Richard Stallman, mise in attività la Free Software Foundation (FSF), organizzazione non profit basata su lavoro e contribuzioni volontarie, ed il Progetto GNU21 ad essa strettamente legato.

L’obiettivo del progetto GNU era di sviluppare un sistema operativo completo, compatibile con Unix, composto totalmente da software libero, il ‘Sistema GNU’, rigenerando, a tal fine, il progetto etico ed il modo di lavorare degli hacker. Un’altra delle ragioni era, ed è, quella di mantenere un saldo legame tra produttori ed utenti del software proprio perché, come già detto in precedenza, sono parte integrante del suo valore, che è un valore d’uso.

La FSF è lo sponsor primario del Progetto GNU, “la missione della FSF quella di] conservare, proteggere e promuovere la libertà di utilizzare, studiare, copiare, modificare e ridistribuire software per computer, e [di] difendere i diritti degli utenti del software libero”.22 Essa si finanzia attraverso le donazioni, in denaro o attrezzature, da parte di privati.23 aziende ed altre fondazioni. Ulteriore fonte di finanziamento proviene dalla vendita del proprio software, anche in versioni personalizzate per l’utente, e di altro materiale, dai manuali ai gadget. In questo modo è riuscita a ingaggiare un gruppo di programmatori professionisti per lo sviluppo di Free Software a tempo pieno e per l’assistenza ai propri ‘clienti’.

La FSF è diventata un punto di riferimento per tutti i programmatori volontari che contribuiscono all’evoluzione del progetto GNU. Nella Free Software Directory, sono ospitati i collegamenti a 1743 progetti con licenza GNU/GPL o compatibili con il Free Software.24 Il software ospitato gode della reputazione della FSF che richiede un livello di qualità del prodotto basato su standard molto elevati.

La versione del Sistema GNU al momento più diffusa è nota come “Linux”. Al momento in cui fu scritto Linux, il Sistema GNU era quasi finito. Linux è solo il kernel, parte piccolissima ma fondamentale del sistema, il cui nome corretto è GNU/Linux.25 Va rilevato, però, che proprio per merito di Linus Torvalds e del suo progetto “Linux” tutto il Software Libero, incluso il progetto GNU, ha preso nuovo vigore e sta uscendo dalla marginalità ed in alcuni particolari settori sta raggiungendo una posizione centrale.26

Nel progetto GNU, La Free Software Foundation richiede che tutto il software, se possibile, venga diffuso sotto la licenza GNU/GPL.

Ma perché la licenza GNU/GPL è così importante?

Il progetto GNU è nato allo scopo di offrire la più ampia libertà possibile agli utenti e nel modo più capillare possibile. La soluzione già ‘pronta’ a questo scopo era il Pubblico dominio, ovvero, senza copyright.

Diffondere il software senza gravarlo di alcuna regola ha il vantaggio di garantire la massima propagazione possibile, ma, anche l’inconveniente, non trascurabile, di consentire la libertà di farne una versione modificata proprietaria a ‘codice chiuso’, privando, tra l’altro, l’autore e gli utenti del godimento della conoscenza delle migliorie e provocando inutili biforcazioni. In questo modo lo scopo del progetto GNU di offrire la massima libertà e la massima diffusione, e di garantire la possibilità di cooperazione, sarebbe stato vanificato.

La soluzione fu brillantemente trovata nel ‘Copyleft’ o ‘Permesso d’autore’. Esso usa, in modo creativo e profondamente hacker, le leggi sul diritto d’autore, per consentire le libertà sostenute dal progetto GNU dandogli anche un solido fondamento giuridico. “Nel 1984 o 1985, Don Hopkins, persona molto creativa, mi mandò una lettera. Sulla busta aveva scritto diverse frasi argute, fra cui questa: “Permesso d’autore [Copyleft] -tutti i diritti rovesciati”. Utilizzai l’espressione “permesso d’autore” per battezzare il concetto”.27

Il Copyleft, scardina e ribalta l’uso ed il significato corrente del Copyright. Ciò che viene usualmente vietato nel copyright, qui, è permesso e difeso con i medesimi strumenti; è un impiego alternativo delle leggi sul diritto d’autore, con il risultato di ottenere un’adeguata protezione giuridica nonostante l’obiettivo inverso rispetto a quello del software proprietario. Il Copyleft consente al software GNU di non essere ’snaturato’, di mantenere, cioè, la propria natura di bene pubblico puro.

Per ottenere il suo scopo, il Permesso d’autore, dopo le clausole espresse di consenso all’uso libero, cioè, di eseguire, copiare, modificare e redistribuire senza restrizioni appone un’altra clausola, che rende il copyleft così originale ed efficace, che vieta di aggiungere restrizioni ed obbliga ad ogni passaggio di trasmettere esattamente le stesse libertà che si erano ricevute. Le libertà date dal Permesso d’autore, diventano, così, dei diritti inalienabili.

Anche le versioni modificate, chiunque sia a farle, privato o azienda, devono essere libere: “Ciò assicura che ogni lavoro basato sul nostro sia reso disponibile per la nostra comunità, se pubblicato. Quando dei programmatori professionisti lavorano su software GNU come volontari, è il permesso d’autore che impedisce ai loro datori di lavoro di dire: ‘non puoi distribuire quei cambiamenti, perché abbiamo intenzione di usarli per creare la nostra versione proprietaria del programma’”.28

Il copyleft, però, consente solo l’aggregazione su un unico supporto o altro mezzo di distribuzione con programmi licenziati diversamente, questi programmi possono mantenere la loro licenza. Ma se vengono fusi, integrati o combinati con programmi protetti dal Permesso d’autore, i derivati, a loro volta, devono essere liberi e protetti da Permesso d’autore.

La più importante concretizzazione del Permesso d’autore è la GNU General Public License (Licenza Pubblica Generica GNU), abbreviata in GNU/GPL,29 usata per la maggior parte del Software GNU.30

Il contenuto ‘dispositivo’ della licenza è quello descritto per il Free Software.

Non si tratta, però, di uno strumento contrattuale ordinario o di una normale licenza d’uso per software, infatti, il preambolo, e gran parte degli articoli della licenza, sono un vero e proprio ‘manifesto politico’, inteso a spiegare le motivazioni teoriche filosofiche e pratiche che le stanno dietro.

Come sottolineano Berra e Meo :“ il modello del copyleft ha permesso di dare un fondamento giuridico a un mercato costruito sulla non mera appropriazione privata della proprietà intellettuale. Inoltre, la soluzione del copyleft fornisce uno stimolo a con­tribuire alla crescita del software libero, in quanto costituisce una garanzia di fiducia sulla stabilità di un patto di libera circo­lazione del software, e anche un modo per consentire un mec­canismo di creazione di risorse finanziarie”.31

Sta proprio in questo insieme di caratteristiche l’importanza cruciale della GNU/GPL che la rendono un vero e proprio motore del cambiamento istituzionale in grado di mostrare un modo nuovo di creare e distribuire il software che, come con il Copyright, scardina e rivolta le vecchie concezioni.

Il software ‘Gipiellato’, in quanto bene pubblico puro - che non solo non si consuma ma aumenta di valore con l’uso -, è lì da raccogliere dal ‘Calderone magico’32 e da usare; l’utilizzo non è mai appropriazione esclusiva come invece può accadere con il software di Pubblico Dominio.

La GNU/GPL suggerisce, per chi vuole accogliere il suggerimento, che esiste un modo nuovo di ‘fare business’ nel comparto del software e che è già li ‘a portata di mano’. Il Software Libero, infatti, è acquisibile liberamente e gratuitamente, ciononostante viene commercializzato come quello Proprietario. La differenza sostanziale rispetto al modello Proprietario sta nell’oggetto della compravendita: quello Proprietario ha come oggetto la licenza d’uso quello Libero, che la licenza d’uso l’ha già trasferita agli utenti, ha come oggetto il risparmio di tempo e di lavoro per acquisire il software.

Il modello proposto da Stallman e la forza del Copyleft hanno dato alla Free Software Foundation la forma di un vero e proprio movimento sociale che è riuscito anche a travalicare i confini dell’informatica e a ‘contagiare’, come già in precedenza accennato, altri ambiti del sapere.

Purtroppo l’ideologia radicale e intransigente della FSF, l’enfasi sulla parola Free, con il suo doppio significato di libero (quello corretto), ma anche di gratuito (elemento secondario e conseguenza del fatto di essere libero), e la proprietà virale della GNU/GPL sono malviste e/o male interpretate da coloro che agiscono facendo attenzione alle ‘leggi del mercato’. Per questo per dirigenti o utenti commerciali e per le case produttrici di software proprietario, è abbastanza problematico prenderlo in considerazione.

La Open Source Initiative e le licenze OSI Certified.

Nel ‘97, un gruppo di leader della comunità Free Software, decise che occorreva trovare un modo per promuovere le idee del software libero tra coloro che rifiutavano il concetto.

L’intenzione era di ampliare il pubblico di GNU/Linux e del Free Software, ancora circoscritto a pochi addetti ai lavori, ad alcuni ambienti accademici e ad un certo numero di appassionati. Occorreva trovare un modo, di far uscire il Software Libero dalla marginalità e aumentarne il valore d’uso.

L’esperienza fatta con Linux dimostrava la validità del modello, e l’esperimento di Raymond descritto nel saggio ‘La cattedrale e il Bazaar’ [Cat B], forniva la prova che Linux non era semplicemente un caso fortunato. Il metodo di sviluppo era di sicuro interesse per i produttori di software ma l’ostacolo ideologico li teneva lontani.

Cat B circolava liberamente dal ‘97. Lo stesso anno, Netscape era alla ricerca di una strategia33 per contrastare l’avanzata di Internet Explorer, il browser di Microsoft, ai danni del proprio Navigator.34

Le argomentazioni di Cat B convinsero i dirigenti Netscape che il modello Linux poteva essere una buona idea, considerato anche il fatto che molti dei loro programmatori conoscevano e partecipavano a progetti di Software Libero e che già alcuni moduli del loro software erano Liberi. Così, il 23 gennaio ‘98 annunciarono pubblicamente l’intenzione di rilasciare al più presto i sorgenti del browser e di tutta la suite ‘Communicator’ come software libero: un milione e mezzo di righe di codice!

La notizia sorprese tutti, non solo gli operatori del settore, ma anche, la nascente comunità Open Source; era la prima volta nella storia, che una grande azienda software liberava il proprio codice proprietario. Ricorda Raymond: “Poco dopo che la notizia mi fu giunta, il giorno seguente, appresi che il CEO Jim Barksdale, parlando ai reporter dei mass media nazionali, aveva definito la mia opera come “l’ispirazione fondamentale” da cui era scaturita questa decisione.

Questo fu l’evento che, nella stampa commerciale specializzata in informatica, fu dai commentatori definito “il colpo udito in tutto il mondo”. […] Per la prima volta nella storia della cultura hacker una società inclusa fra le 500 di Fortune, quotata a Wall Street, aveva puntato il proprio futuro sulla convinzione che la nostra strada fosse quella giusta e, più specificamente, sull’analisi che io avevo formulato e secondo cui la “nostra via” era giusta. […] Il fatto che CatB avesse modificato l’immagine della cultura hacker non sorprendeva; in fondo era l’obiettivo che avevo da tempo perseguito […] a questo punto, la comunità hacker non poteva far altro che assistere la Netscape nella sua battaglia”.35

Il prodotto della Netscape, era composto anche da software di proprietà di terzi36 e nasceva il problema della licenza; non era possibile il semplice rilascio dei sorgenti e l’utilizzo immediato della GPL, perché incompatibile con le altre licenze.

Raymond insieme ad altri leader della comunità Open Source ed all’ufficio legale di Netscape si consultarono per affrontare il problema e trovarono una soluzione soddisfacente sia per gli sviluppatori sia per Netscape.

Il progetto di sviluppo del browser fu chiamato ‘Mozilla’,37 lasciando l’uso di ‘Navigator’ in esclusiva alla Netscape. Furono inventate due diverse licenze: la ‘Netscape Public License’ (NPL), che garantisce il diritto di Netscape sul codice originario e derivato, e la ‘Mozilla Public License’ (MPL), che agisce all’interno della NPL, e garantisce come Free Software il codice nuovo. Organizzarono anche ‘Mozilla.org’ per ospitare e gestire il progetto in autonomia.

Dopo una frenetica operazione di ripulitura del codice dalle parti proprietarie non utilizzabili, con una grande festa nella notte tra il primo ed il due aprile 1998, fu ufficialmente liberato il codice. 38

L’idea di ‘Open Source’ venne forgiata nel febbraio ‘98 ad un incontro tra leader del Free Software. Si riunirono presso la VA Research a Mountain View coinvolgendo anche alcuni dirigenti dell’industria Linux39 che muoveva allora i primi passi nel mercato. Il nuovo termine, avrebbe sostituito quello di Free Software evitando la connotazione anti-business di quest’ultimo. La decisione fu ufficializzata il mese seguente.

La notizia della scelta di Netscape arrivò proprio sul punto della svolta verso il nuovo modello Open Source e ne divenne portavoce e strumento di promozione.

Il gruppo di leader stabilì, anche, che occorreva una vera e propria campagna di marketing per convincere l’ambiente degli affari della validità del metodo di sviluppo e della possibilità di costruire con il Free Software una struttura in grado di reggere le leggi del mercato.

Per la campagna di marketing, rielaborarono i temi pragmatici esposti in Cat B e li usarono per ribaltare gli stereotipi negativi. Occorreva associare al Free Software ed all’Open Source Software delle immagini positive e attraenti per dirigenti ed investitori delle aziende di software proprietario, in modo da costruire una buona ‘reputazione del prodotto’ legata alla maggiore affidabilità, qualità e bassi costi. La correttezza del loro messaggio sarebbe stata ‘facilmente’ verificabile con l’accesso libero al codice sorgente. Elaborarono poi delle precise tattiche cui affidarsi:40

Dimenticare la strategia “bottom-up”; puntare sulla strategia “top-down”.

La strategia di diffondere i concetti presso i tecnici si era dimostrata infruttuosa. Occorreva, invece, convincere direttamente i dirigenti perché imponessero le decisioni dall’alto.

Linux è il nostro caso più rappresentativo.

In quanto tale andava usato come esempio per attirare consensi.

Catturare le società “Fortune 500″.

Ottenere l’attenzione delle società Fortune 500 significava catturarne i capitali e attirare le piccole e medie aziende per imitazione.

Cooptare i mass media di prestigio che si rivolgono alle società Fortune 500.

Per avere l’attenzione delle società Fortune 500 occorreva l’attenzione dei media che tradizionalmente si rivolgevano ai loro manager ed investitori: New York Times, Wall Street Journal, Economist, Forbes e Barron’s Magazine.

Istruire gli hacker in tattiche di guerriglia marketing.

Tutti gli hacker, non solo pochi ambasciatori scelti.

Utilizzare il marchio di certificazione Open Source come garanzia di genuinità.

Registrarlo come marchio di certificazione collegandolo ad un significato preciso ed inequivocabile, per poterlo difendere da eventuali abusi e dai tentativi di stravolgerne il significato.

Occorrevano subito delle ‘linee guida’ per descrivere in modo dettagliato ed incontrovertibile ciò che rientrava o meno nel concetto di ‘Open Source’.

Gran parte della Open Source Definition (il testo delle linee guida) si deve a Bruce Perens. Egli era alla guida del progetto ‘Debian’, una distribuzione GNU/Linux che si era impegnata ad utilizzare solo software conforme ai principi e alla filosofia del progetto GNU.

All’avvio del progetto Debian, era disponibile molto software gratuito, anche provvisto di sorgenti, ma sotto le più disparate licenze. Occorreva stabilire cosa era utilizzabile in quanto fedele alla filosofia del progetto e cosa no, e in base a quali criteri. Allo scopo furono scritti il ‘Contratto Sociale Debian’41 e la ‘Guida Debian del Free Software’. Attraverso una conferenza via e-mail durata un mese, gli sviluppatori Debian ne discussero e perfezionarono i contenuti.

La Guida rendeva agevole decidere quale software, pur disponibile, fosse utilizzabile o no semplicemente confrontandola con la relativa licenza.

Raymond e gli altri, ritennero la Guida Debian molto adatta a descrivere il software Open Source. Da una versione modificata della Guida venne, quindi, ricavata la Open Source Definition.42

La nuova ‘Definizione’ consente una più ampia promiscuità tra software libero e proprietario. La GPL entra a pieno titolo nella definizione ma è affiancata da molte altre licenze43 più morbide e non ‘virali’, che però la Free Software Foundation considera inaccettabilmente restrittive per gli utenti.

Sempre nel ‘98 venne registrato un marchio di certificazione, ‘OSI Certified’, per poter garantire che il software licenziato sotto il termine Open Source fosse alla sua corretta interpretazione.

Inizialmente il marchio da registrare doveva essere direttamente ‘Open Source’ in modo da evitare il più possibile utilizzi e associazioni scorrette, ma il tentativo non andò a buon fine44. Per occuparsi della certificazione di marchio e della gestione della campagna di sensibilizzazione nell’ambiente degli affari fu creata una organizzazione: la ‘Open Source Initiative’.

Al momento del lancio la campagna Open Source incontrò resistenze e forti critiche da parte della comunità Free Software con in testa un agguerrito Richard Stallman. Le critiche erano soprattutto rivolte contro l’abbandono del termine Free. Stallman e i suoi ritenevano che il tentativo di risolvere l’ambiguità semantica avrebbe avuto come conseguenza l’annullamento della percezione immediata del retroterra filosofico del movimento. “Mentre il software libero chiamato in qualunque altro modo offrirebbe le stesse libertà, fa una grande differenza quale nome utilizziamo: parole differenti hanno significati differenti […] Il termine “open source” è stato rapidamente associato ad un approccio diverso, una filosofia diversa, valori diversi e perfino un criterio diverso in base al quale le licenze diventano accettabili […] Il risultato è che la maggior parte delle persone fraintende quello che quei sostenitori sostengono. […] La spiegazione di “software libero” è semplice: chi ha capito il concetto di “libertà di parola, non birra gratis” non sbaglierà più. [NdT: in inglese, “free speech, not free beer” mette sinteticamente in contrasto i due significati della parola “free”] Non c’è un modo più breve per spiegare il significato di “open source” e indicare chiaramente perché la definizione ovvia è quella sbagliata ”.45

Un’altra serie di critiche erano rivolte contro la promiscuità con il software proprietario, che avrebbe creato seri problemi, traendo in inganno utenti e programmatori. Il rischio stava nella possibilità di ritenere libero il software che in realtà non lo era, mettendo in pericolo gli sviluppi successivi di quel software e vanificando i contributi dei programmatori volontari. Infatti, se viene integrato del software proprietario insieme a quello libero, il destino del programma passa di fatto nelle mani del detentore della licenza proprietaria a meno di riscrivere ex novo tutta la parte non libera o di abbandonare il progetto.

Nonostante le critiche, dimostrate dai fatti,46 rimaneva il problema che l’intransigenza di Stallman ed il modello ideologico del movimento, poteva apparire ad uno sguardo superficiale o indotto con strategie FUD,47 come ‘anarchico’, ‘comunista’, o peggio, ispiratore della pirateria informatica; l’Open Source poteva essere il modo di attirare l’interesse delle case produttrici di software proprietario. È quello che poi è accaduto.

Dopo i feroci attriti iniziali, le relazioni tra i due movimenti si sono tranquillizzate. La situazione è simile a quella dei ’separati in casa’. Come precisa lo stesso Stallman: “Per il movimento Open Source, il fatto che il software debba essere Open Source o meno è un problema pratico, non un problema etico. Come si è espresso qualcuno, “l’Open Source è una metodologia di sviluppo; il Software Libero è un movimento di carattere sociale.” Per il movimento Open Source, il software non libero è una soluzione non ottimale. Per il movimento del Software Libero, il software non libero è un problema sociale e il software libero è la soluzione […] Siamo in disaccordo sui principi di base, ma siamo più o meno d’accordo sugli aspetti pratici. Perciò possiamo lavorare ed in effetti lavoriamo assieme su molti progetti specifici. Non vediamo il movimento Open Source come un nemico. Il nemico è il software proprietario. […] Riconosciamo che hanno contribuito alla nostra comunità, ma noi abbiamo creato questa comunità e vogliamo che si sappia. Vogliamo che quello che abbiamo realizzato sia associato con i nostri valori e la nostra filosofia, non con i loro. Vogliamo che ci sentano, non vogliamo sparire dietro ad un gruppo con punti di vista diversi”.48

Rimangono le differenze su alcuni valori e sulla visione del mondo ma i loro rapporti vanno avanti evitando sterili spaccature.

Il modello Open Source come strategia di mercato.

Il Software Libero impone di trovare un modo diverso di ‘fare business’ nel comparto del software.49

La soluzione escogitata col modello Open Source consente alle aziende di spostare il loro core business dalla produzione di codice sorgente, estremamente onerosa e carica di rischio per l’impresa, verso attività di fornitura servizi, di packaging e di edizione di questo software.

La produzione interna di codice non cessa, ma viene parzialmente esternalizzata e reindirizzata verso le comunità di sviluppo come contributo collaborativo volontario. Il contributo non è ‘a fondo perduto’ perché i propri tecnici, collaborando, aumentano le proprie competenze e conoscenze che poi riportano all’interno dell’azienda come capitale sociale.

L’elemento importante nel modello Open Source che molti riconoscono come premiante è, quindi, quello del supporto, di portare sul mercato sotto forma di business non il valore dell’acquisto del programma e del sorgente ma quello di ’servizi di supporto pacchettizzati’ e non. Per sfruttare in pieno le tecnologie, per i clienti e per i mercati, è fondamentale avere qualcuno che supporti sotto l’aspetto dei servizi.

Coniugando in questo modo l’Open Source con il mercato, si evita, tra l’altro, il cortocircuito tra gli sviluppatori e gli utenti finali dai quali si ottengono importanti feedback utili all’orientamento del business.

GNU/Linux è il prodotto intorno al quale gravita, attualmente, la maggior parte dell’Open Source. Di fatto è usato soprattutto in aree legate all’infrastruttura della Rete: al Web serving,50 alle e-mail, o macchine a tema come firewall. Dopo il rilascio del nuovo kernel, all’inizio del 2001, ha avuto un’accelerazione inimmaginabile dovuta alle nuove potenzialità tecniche, che sono alla base della decisione se adottare oppure no questa nuova soluzione, e ha cominciato ad espandersi anche per altri usi come il comparto desktop.

GNU/Linux, e in generale il Software Libero, è vantaggioso da diversi punti di vista. Innanzitutto la flessibilità, perché ha la possibilità di essere una risorsa disponibile per aziende ed enti di qualsiasi livello, dal programmatore free alla multinazionale, e per prodotti di qualsiasi dimensione, dai dispositivi embedded ai mainframe.

In secondo luogo, si basa su principi pluralistici, garantendo la neutralità tecnologica, con formati e standard aperti. In modo che nel momento in cui si comunica tra entità con piattaforme diverse non vi siano ostacoli.

In più, è un opportunità oggettiva per tantissime aree e nel rispetto delle diverse velocità dei singoli mercati. In certi mercati come quelli emergenti risulta più facile l’affermazione di GNU/Linux perché si parte da zero direttamente con questa soluzione. Ma anche in realtà europee o italiane è una opportunità potenziale importante ad esempio nelle Pubbliche Amministrazioni51, nella scuola o nel mondo del settore no profit dove è fondamentale il risparmio.

La situazione dei paesi emergenti è quella di disporre di poco denaro, tecnologie obsolete52 o modeste, ma una notevole abbondanza di risorse umane e intellettuali.

Molti di questi paesi stanno adottano soluzioni libere per non dirottare i loro capitali verso altri paesi e per poter investire su energie locali, che fanno da volano per ulteriore sviluppo. In Sudamerica ed in Estremo Oriente l’uso di GNU/Linux è in rapidissima crescita.

Infine, c’è l’aspetto della durata della soluzione adottata. Ci sono i sorgenti e se c’è bisogno di funzionalità aggiuntive è possibile svilupparle internamente o farle sviluppare. In ambiente proprietario si è legati indissolubilmente al fornitore del software per cui si è costretti a cambiare il prodotto se non si viene più supportati, se il fornitore scompare o se la propria versione non possiede le funzionalità necessarie con l’ulteriore aggravio di dover convertire tutti i dati dal formato vecchio a quello nuovo altrimenti irrimediabilmente illeggibili (sempre che questo sia possibile).

In sintesi è una grossa opportunità di sviluppo che ritorna al mercato, alle aziende ai clienti e agli utenti, proprio là dove si forma bisogno.

Le distribuzioni.

Le distribuzioni53 sono l’esempio più significativo di attività da parte di organizzazioni che si dedicano al software Libero. Sono molto numerose, di diversi tipi, dimensioni e prezzo, sia commerciali che non commerciali; utilizzano prevalentemente software proveniente dal Progetto GNU. La maggior parte si basa sul kernel54 GNU/Linux. Non è l’unico ma è il più usato per ragioni ‘tecniche’ oggi.

La distribuzione si occupa di assemblare le varie parti del sistema (kernel e software di supporto), di sviluppare quello che manca o che vuole migliorare, di mettere insieme una collezione di software applicativo e di verificare che il tutto funzioni senza problemi. Generalmente differiscono tra loro per varie caratteristiche come i metodi di installazione, gli strumenti per l’amministrazione del sistema ed altro. Ognuna è orientata ad una o più nicchie per cui si hanno distribuzioni dedicate alle aziende (Red Hat, che è anche la più diffusa tra le commerciali, oppure la tedesca S.u.S.E.), al Desktop (Mandrake o Debian con un progetto avviato ma non ancora pienamente sviluppato), o ad una singola popolazione come la Red Flag55, distribuzione cinese o ancora a settori particolari come i progetti avviati da Debian dedicati ai bambini tra i 7 e i 12 anni (Debian Jr.), alla pratica medica e di ricerca (Debian Med), al settore educativo (Debian-Edu), solo per fare qualche esempio.

Le distribuzioni partecipano attivamente ai Progetti Open Source collegati al loro prodotto o sono esse stesse dei progetti.

Le organizzazioni commerciali, le aziende, che seguono questo modello devono offrire alla propria clientela del valore aggiunto. Non si possono appoggiare alla semplice cessione della licenza d’uso come nel modello proprietario. Molte riescono ad ottenere buoni utili provenienti da più fonti: la vendita di copie, la vendita di manualistica e materiale di supporto, lo sfruttamento del marchio, la garanzia, la vendita di training, consulenze, sviluppo e supporto tecnico post-vendita e in piccola parte anche dai gadget. Le versioni ‘in scatola’ vendute nei negozi includono copie del sistema e degli applicativi (che arriva a superare gli 8 CD), manualistica e ’servizi pacchettizzati’ come l’assistenza (telefonica, on-line oppure on-site) o la garanzia, il supporto tecnico ed eventualmente software proprietario di cui rivendono le licenze. La vendita si compone di due categorie generali di prodotto: beni fisici e servizi. Le versioni ‘downloadabili’56 sono gratuite e Free ma non danno servizi extra.

Va fatto un discorso a parte per la distribuzione Debian GNU/Linux. Debian vive solo sui canali si comunicazione: è un sistema operativo completamente libero, sviluppato in modo cooperativo da un migliaio circa di volontari sparsi in tutto il mondo, che collaborano via Internet. “La dedizione al software libero di Debian, la sua natura non-profit e il suo modello aperto di sviluppo la rendono unica tra le altre distribuzioni Linux. Punto di forza del Progetto Debian sono la base di volontariato, la sua dedizione al Contratto Sociale Debian e alla sua volontà di fornire il miglior sistema operativo possibile”.57

Attualmente non è il sistema più semplice ma molto versatile: Debian GNU/Linux, versione 3.0., supporta undici diverse architetture,58 funziona su macchine che vanno dai palmtop ai supercomputer, ed è tradotta in molte lingue. Viene distribuita con oltre 8710 pacchetti,59 programmi tra cui scegliere in base alle proprie esigenze, già compilati e impacchettati per agevolare l’installazione.

Debian è supportata da donazioni monetarie, di materiale hardware o di banda passante su Internet. Non segue i tempi di rilascio delle nuove versioni dettati dal mercato, ma i tempi ‘naturali’ dello sviluppo cooperativo. Nonostante ciò i ritardi si possono considerare ragionevoli (pochi mesi rispetto alle altre distribuzioni), dato che il prodotto finale è considerato eccellente.

Le imprese che forniscono servizi e supporto.

Intorno al modello Open Source sono sorte numerose imprese individuali o aziende che dedicano la propria attività, ricavando profitto, alla fornitura di servizi (supporto, ricerca, sviluppo, localizzazione, personalizzazione, formazione, ecc.) come Linuxcare60 o Prosa,61 oppure ‘accessori’, ad es. i manuali sul software Open Source della O’Reilly & Associates62 o delle italiane Hops63 e Apogeo64 pubblicati con licenze che consentono la riproduzione dei testi come la GNU/GPL o la GNU/FDL65.

I consulenti autonomi.

La disponibilità dei sorgenti e la modularità che rende estremamente flessibile il Software Libero, consentono di adattare il comportamento del computer alle diverse necessità. È una possibilità sconosciuta all’utente di Software proprietario che viceversa deve adattare i propri bisogni alle funzionalità del prodotto che ha acquistato; può personalizzarlo solo per la parte concessagli dal produttore, oppure, si ritrova un carico di funzioni che non utilizzerà mai e che appesantiscono inutilmente il suo sistema.

L’utente con particolari esigenze può rivolgersi a consulenti autonomi in grado di fornire assistenza tecnica per personalizzare ed estendere il software con le caratteristiche di cui ha bisogno.

Come racconta Alessandro Rubini:66Per esempio, ho scritto, insieme con altri, un programma per un laboratorio di Fisiologia […]. Nei due anni di utilizzo, i medici hanno trovato talmente tanti modi per estendere il programma che ora questo software è considerato migliore delle soluzioni proprietarie. Se consideriamo il totale di quanto hanno pagato in questi anni, il programma risulta alla fine più costoso di alcune alternative proprietarie. Questo non è determinante per i miei clienti, poiché hanno ottenuto esattamente ciò che volevano […]. Ovviamente il programma è software libero ed altri centri hanno dimostrato interesse ad averne una copia”.

L’assistenza al software proprietario è spesso fornita soltanto da consulenti autorizzati, le cui quantità e qualità sono gestite in modo centralizzato; il Software Libero mette, invece, la conoscenza tecnica a disposizione di chiunque voglia imparare, chiunque può costruire la propria professionalità ovunque si trovi nel mondo (purché conosca un po’ di inglese, abbia un computer ed un telefono), e ad un costo relativamente contenuto (quello della telefonata per collegarsi ad Internet) su hardware obsoleto o molto economico.

L’offerta di consulenti a supporto del Software Libero può, senza dubbio, adattarsi alla domanda e la competenza evolvere parallelamente al software.

Le società di assistenza tecnica.

Quando il bisogno del cliente non può essere coperto da una singola persona o da una piccola impresa, ci si può rivolgere a società specializzate nell’assistenza tecnica che si occupano di quelle situazioni in cui i sistemi informatici sono molto complessi o utilizzati in modo intensivo e vanno gestiti da un pool di tecnici, ad esempio, nelle grandi imprese o nelle banche, dove l’assistenza deve garantire reperibilità 24 ore su 24 e solo una società più strutturata può assicurare una tale copertura.

In situazioni di questo tipo, come già accennato, l’uso di software proprietario vincola l’utente al servizio offerto dal fornitore annullando ogni possibilità di scelta salvo disponga di adeguata forza contrattuale. Se il servizio non soddisfa o se il fornitore scompare dal mercato, non resta che la ‘migrazione’ verso altre soluzioni con i costi aggiuntivi, anche ingenti, che essa comporta. Il Software Libero, invece consente la scelta del fornitore del servizio che può essere lo stesso del software (tutte le distribuzioni ad esempio lo offrono, ‘pacchettizzato’ o personalizzato) oppure da società indipendenti, che ‘giocano’ in un sistema di mercato con pari opportunità.

Le società di formazione e certificazione.

Sono società indipendenti che formano i tecnici e/o attestano la loro preparazione; sono già presenti ma non in quantità sufficiente e spesso con attestati non riconosciuti universalmente. Le distribuzioni forniscono servizi di questo tipo ma ovviamente calibrati solo sui propri prodotti.

Per quanto riguarda in generale il Software Libero, stanno già nascendo società in grado di fornire attestati e garanzie di funzionamento, compatibilità, standardizzazione.

Lo sviluppo di queste nicchie di mercato a servizio del Software Libero, dipenderà dall’evoluzione complessiva del mercato del software, questa, a sua volta dipenderà dalle conseguenze delle scelte passate, presenti e future, riguardo la struttura dei diritti e delle regole politiche, economiche e contrattuali, che lo coinvolgono direttamente.

Il problema del Terzo garante.

Per concludere la panoramica sulle istituzioni formali occorre fare un salto indietro nel tempo.

La moderna legislazione sul Copyright nasce, e si sviluppa, tra il 15° ed il 16° secolo, poco dopo l’invenzione da parte di Gutenberg della stampa a caratteri mobili, come insieme di privilegi e prerogative concessi ad autori ed editori.

La ragione della creazione di questi nuovi diritti era quella di incentivare la produzione culturale a vantaggio di tutta la società. La concessione agli autori di un monopolio temporaneo di alcuni diritti serviva a garantire loro la possibilità di sfruttare economicamente il proprio lavoro. Per gli editori, la possibilità di stampa in esclusiva, consentiva di annullare il rischio dato dalla concorrenza e di rientrare più agevolmente degli investimenti fatti. Si reputò che abbassando il rischio connesso alla pubblicazione ci sarebbero state, a beneficio dei lettori, molte pubblicazioni in più.67

Nel passato, la possibilità economica di riproduzione delle opere, era privilegio di pochi e la legislazione garantiva in modo ragionevolmente equo tutte le parti in causa.

Oggi le cose sono molto cambiate.

Il recente rapidissimo avvicendarsi di nuove tecnologie come registratori a cassette, fotocopiatrici, videoregistratori, ecc., l’avvento del digitale e dei computer domestici, l’espansione straordinaria delle reti e di Internet, ha cambiato lo scenario di riferimento e ha costretto a numerose quanto affrettate modifiche legislative del copyright, tuttora in corso.

Per molto tempo Internet, la novità che ha letteralmente rivoluzionato lo scenario, è rimasta zona franca per il diritto e la Rete è un meta-territorio dove ognuno è dovunque in ogni momento. Questo fatto non è ancora sufficientemente compreso da chi si occupa di legiferare in proposito, infatti, il software e gli altri prodotti digitali, continuano ad essere protetti su base territoriale attraverso il diritto d’autore e contemporaneamente dal segreto industriale - qualora distribuito senza codice sorgente. In ogni caso, la facilità di riproduzione si è accompagnata per molto tempo ad un’ampia tolleranza da parte degli apparati politici, economici ed educativi e questo ha contribuito a plasmare gli attuali comportamenti.

Gli utenti che riproducevano abusivamente le opere protette dal diritto d’autore non erano quasi sanzionati. Molte aziende tolleravano la duplicazione abusiva - che però condannavano pubblicamente - perché forma indiretta di promozione e diffusione dei propri prodotti e dei propri standard chiusi. La conseguenza è stata anche la non percezione come reato della duplicazione abusiva68 del software e dei prodotti digitali in genere da parte dell’utente.

Va ora sottolineato il fatto che i differenti copyright, posti dai produttori a tutela del software, assecondano oppure sono in contrasto con la natura immateriale del prodotto digitale e le abitudini dell’utenza; permettere ciò che altri vietano - copia, modifica, redistribuzione - cambia totalmente la garanzia di applicazione dei contratti, l’attività di controllo da parte del terzo garante e la struttura dei costi totali che includono accertamento e censura delle violazioni. Il software Libero è avvantaggiato, da questo punto di vista, perché il controllo è rivolto quasi solo verso i produttori: ad esempio, per la redistribuzione di Software Libero con licenze proprietarie o per il plagio di parti di Software Libero incluso in prodotti proprietari e diffuso senza sorgenti (in questo caso è più difficile la prova per via del segreto industriale).

Gli abusi nei confronti dei prodotti proprietari sono invece posti in essere anche dai singoli utenti in uno stillicidio di piccole violazioni difficili da individuare e da reprimere, tant’è che si è preferito fare estemporanee campagne punitive anti-pirateria che hanno colpito pesantemente solo pochi malcapitati69 senza minimamente intaccare il problema.

Dopo l’introduzione di ulteriori nuove tecnologie come masterizzatori per CD e software peer-to-peer70 è cominciata una forte attività di lobbying da parte delle maggiori aziende editoriali, cinematografiche, musicali e del software perché venissero approvate normative più severe. In Italia, ad esempio, oltre ad obblighi e controlli aggiuntivi per distributori e rivenditori (onerosi e senz’altro odiosi, non solo per chi redistribuisce il Software Libero) hanno raggiunto un ulteriore risultato: quello della ’socializzazione’ del costo dell’accertamento, dove le violazioni del contratto di licenza d’uso, sono state trasformate in illeciti penali perseguibili d’ufficio.

Nonostante ciò la normativa si è dimostrata inefficace a proteggere gli interessi della parte che l’ha promossa e lesiva per tutti gli altri, dando ragione a chi invece la critica e invita a pensare a nuovi modelli scollegati dai vecchi schemi ormai difficili da sostenere.

Una buona legislazione dovrebbe mediare tra tutti gli interessi in gioco in modo il più possibile equilibrato, ma per il software, si stanno accumulando squilibri e anomalie per via dell’asimmetria di potere contrattuale sia economico che politico che c’è tra gli attori.

I produttori di software proprietario in molti casi hanno approfittato di posizioni favorevoli nel mercato per imporre i propri standard e raggiungere possibilmente posizioni di monopolio ricorrendo anche a sistemi ai confini del lecito come l’acquisto dei concorrenti per cancellarli dal mercato o a mezzi illeciti come ‘forzare’ i produttori di computer alla vendita abbinata hardware-software, vietata, ad esempio, in Europa71 senza che l’autorità a garanzia della concorrenza intervenisse tempestivamente e/o efficacemente a difesa di coloro che hanno presentato ricorso.

Oltre a quanto già detto che, come già rilevato, può cambiare in modo più o meno significativo da un continente all’altro e da paese a paese, è da segnalare un’altra caratteristica (anomala) nello status legale del software: esso sfrutta gli stessi privilegi di cui si giovano le opere d’arte.

Nessuno garantisce che il prodotto assolverà ad alcuna funzione, compresa quella per cui lo si è acquistato. È un’immunità comprensibile per un libro, un quadro o per una canzone, ma non per un bene strumentale come il software.

Legalmente non si può chiamare in giudizio il produttore del software, nemmeno se si scoprono palesi errori di programmazione, o peggio, se si è subìto un danno (come la perdita di dati) causato dal suo provato malfunzionamento. Conseguenza diretta di questo stato di cose è che il produttore di software non è tenuto a correggere errori segnalati o riconosciuti e che, se ne ha interesse - e spesso avviene -, può introdurre volontariamente degli errori che sistemerà successivamente, a pagamento, con un “aggiornamento”.

Non tutti i produttori possono avvantaggiarsi di queste specificità giuridiche ma solo quelli con grande potere di contrattazione, per cui, il piccolo sarà comunque tenuto, ad accollarsi i costi relativi all’obbligo di risultato ed alle clausole di garanzia, per poter lavorare e per soddisfare le commesse importanti.

L’utente ‘medio’ ha potere contrattuale pari quasi allo zero. Ad esempio, quando le software house ritirano dal commercio i vecchi programmi (spesso lo fanno per spingere quelli nuovi), non hanno l’obbligo di depositare i sorgenti e/o le specifiche tecniche in archivi pubblici; nessuno più potrà supportare quell’utente, pertanto, tutti i dati, di proprietà dell’utente, scritti in quel formato diventeranno con il passare del tempo e con l’adozione di nuovi programmi e formati da parte degli altri utenti, irrimediabilmente illeggibili da questi e lui stesso avrà problemi di conversione se vorrà adottare prodotti di altri fornitori. Oppure, se un consumatore italiano vuole comprare in un grande magazzino un computer economico, ma lo vuole ‘naked’ [nudo], cioè privo di sistema operativo, deve armarsi di infinita pazienza ed arrivare molto ben preparato al momento dell’acquisto per controbattere le obiezioni del venditore e per ottenere il rimborso del sistema operativo che non desidera, spesso senza riuscirci, nonostante la legge europea antitrust vieti questi comportamenti72.

I maggiori produttori di software (insieme agli editori) stanno anche invocando una maggiore omogeneizzazione delle legislazioni di tutela a livello mondiale, dato che, spesso, questa risulta contraddittoria o inapplicabile con alti costi di misurazione ed impossibilità di ricorrere all’esecuzione coattiva. In linea di principio è una richiesta più che legittima ed auspicabile, proprio per ridurre le incertezze e favorire il settore indipendentemente dal tipo di software prodotto, ma le proposte di armonizzazione appoggiate dalle Major rischiano di introdurre nuovi squilibri ed incertezze.

Negli Stati uniti è stato introdotto nel 1998 il Digital Millenium Copyright Act73 che ha già prodotto i suoi effetti; in Europa è stata emanata la direttiva 2001/29/CE meglio conosciuta come European Union Copyright Directive (EUCD)74 riguardante “l’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”, non ancora attiva ma che entro il 22 dicembre 2002 dovrebbe venire integrata nelle legislazioni degli stati membri.

Queste normative introducono forti ostacoli ad una vasta gamma di attività, finora svolte senza vincoli (quali la ricerca sulla crittografia, la libera diffusione di informazioni ed il libero sviluppo di software), perché potenzialmente in grado di agevolare violazioni al diritto d’autore, quindi virtualmente pericolose.

L’introduzione di tali vincoli non tiene conto delle conseguenze negative, che vanno ad intaccare attività non solo oggi lecite, ma anche, indispensabili per il buon andamento di attività utili all’evoluzione dello stato dell’arte e per l’intera società.

Queste normative compromettono la libertà di ricerca e di espressione, il diritto al ‘fair use’ dell’opera da parte degli utenti, la possibilità di sviluppare nuovo software (libero e proprietario), impediscono la nascita di un mercato del materiale digitale “di seconda mano” e lo sviluppo di attività di conservazione e/o diffusione di materiale digitale con rilevanza storica e documentaristica, infine, indeboliscono ancora di più la possibilità per gli utenti di difendere nei tribunali le proprie libertà.

Le nuove leggi, però, non cambiano il fatto che l’introduzione e l’applicazione avvengono a livello locale pertanto lo scopo dichiarato di armonizzare le legislazioni viene decisamente meno.

Negli Stati uniti, il DMCA è in vigore dal ‘98 e le conseguenze negative si sono già fatte sentire. In alcuni ambienti (ricerca scientifica, università, aziende), si comincia a farlo presente e a protestare per le conseguenze inattese del DMCA; alcuni paesi sono giunti a raccomandare ai propri programmatori di non mettere piede sul suolo americano per non incorrere in sanzioni per attività lecite svolte nel proprio paese, ma, che in America, sono ritenute sanzionabili. 75

È ciò che è accaduto al programmatore russo Dmitry Sklyarov76 autore nel suo paese di un programma alternativo a quello di Adobe per la lettura dei suoi e-book (regolarmente acquistati), in grado di aggirare le protezioni e utilizzato tra l’altro per permetterne, alle persone cieche, la lettura attraverso un sintetizzatore vocale. Sklyarov, negli USA per un convegno, venne arrestato. L’accusa non riguardava violazioni del copyright ma del DMCA per aver creato un programma in grado di aggirare protezioni tecnologiche, quindi, potenzialmente in grado di farlo. Il giovane rimase in carcere diverse settimane e fu scarcerato a seguito del ritiro di parte delle accuse formulate da Adobe indotto dalle pesanti proteste su Internet e di fronte alla minaccia di boicottaggio da parte dei suoi stessi utenti.

Vi è un’ultima, ma non meno importante, questione di tipo normativo che riguarda la materia dei brevetti.77

Lo strumento giuridico del brevetto nasce per proteggere soluzioni originali a problemi tecnici, il fine sociale del brevetto è quello di mettere a disposizione del pubblico un’innovazione, sia pure garantendo all’inventore un certo periodo di tempo durante il quale ne sarà il monopolista (20 anni in tutti i paesi dove è presente questa istituzione). Infatti i brevetti sono sottoposti a due clausole limitative: quella temporale e quella che obbliga alla pubblicazione completa in un archivio pubblico in modo da svelare l’idea sottostante e il modo in cui è stata rea­lizzata. La pubblicazione ha lo scopo di consentire ad altri di non dover reinventare la stessa cosa agevolando così la ricerca di quel settore. Quindi, anche se limita il libero uso delle invenzioni non dovrebbe ‘danneggiare’ il progresso e la società, che può giovarsi dei miglioramenti delle tecnologie.

La pratica brevettuale ha come scopo primario, secondo i suoi sostenitori, di stimolare la ricerca garantendo gli investimenti, facendo così da incentivo economico ai ricercatori e alle aziende che investono nella ricerca. Molti ricercatori, però, contestano la pratica brevettuale, la ritengono dannosa in sé e di ostacolo all’innovazione e pensano che senza brevetti andrebbe anche più speditamente. La questione è, e da tempo rimane, complicata ed aperta soprattutto per il risvolto economico che comporta ogni modifica allo stato delle cose.

Tutte le legislazioni vietano di brevettare le idee a sé stanti. Il brevetto infatti riguarda l’applicazione industriale di una certa idea. Di rigore, il software in quanto tale, insieme alle idee, teorie scientifiche e metodi matematici, non è brevettabile, come sancisce esplicitamente la legge, e la sua protezione è affidata al diritto d’autore, ma, la legge viene aggirata brevettando il software in quanto strumentale al funzionamento e all’utilizzazione di dispositivi industriali, che possiedano caratteristiche di novità di non ovvietà e di utilità.

Se tutte le idee alla base dei programmi fossero brevettate nessuno potrebbe più sviluppare software a parte poche grandi aziende e lo sviluppo si fermerebbe.78 Ma è proprio quello che sta accadendo negli Stai Uniti dove la pratica ha introdotto di fatto la brevettabilità del software aggirando il divieto.79 In più, i produttori di software, hanno ottenuto un ulteriore (atipico) privilegio: quello di brevettare le loro invenzioni, depositando solo la descrizione in parole ed in diagrammi dei software usati, senza rendere pubblicamente visibile il codice sorgente.80 In questo modo, se il brevetto viene registrato, nessuno può più dirigersi in quella direzione nello sviluppo o nella ricerca, senza pagare o essere portato in tribunale. Il rischio peggiore risiede nel fatto che un programmatore può scoprire di aver violato uno o più brevetti dopo aver rilasciato il prodotto. I costi legali per sostenere le proprie ragioni rischia di mandare in fallimento anche aziende di medie dimensioni. Oltretutto, evitare il rischio è praticamente impossibile perché le ricerche tra i brevetti, spesso assegnati con troppa leggerezza, sono poco affidabili e comunque troppo costose per i singoli e le PMI. Non è difficile constatare la distorsione della concorrenza e il fatto che ci si è allontanati di molto dallo spirito che fu alla base dell’introduzione dei brevetti (e del copyright).

In Europa il fenomeno è già presente ma in misura ridotta rispetto agli USA81; non mancano però proposte volte all’introduzione legale dei brevetti astratti motivate dal bisogno di “uniformare il mercato europeo a quello americano”, per ‘aiutare’ il mercato europeo.

I brevetti astratti, registrati dalle grosse società (IBM, Apple, Microsoft, ecc.), sono usati come merce di scambio e per ‘tenere sotto controllo’ la concorrenza, infatti, i detentori dei brevetti non hanno obblighi particolari per cui possono concedere o no una licenza su un brevetto, alle condizioni che vogliono, anche facendo discriminazioni tra un soggetto e l’altro. Spesso il controllo dei brevetti è gestito attraverso la creazione di società specializzate, la cui sola attività è quella di sfruttare le licenze d’uso, senza svolgere attività produttive o di ricerca.

Negli USA le piccole imprese e i singoli sviluppatori non sono economicamente in grado di sostenere questo stato di cose che li imprigiona in un insieme confuso di norme o direttamente di processi giudiziari tale da aver frenato e quasi bloccato le capacità di crescita e di innovazione di una larga parte di questo settore.

In Europa il 90% delle piccole e medie imprese si è espressa contro la brevettabilità del software ritenendola una minaccia alla libera concorrenza e alle piccole e medie imprese finché l’Unione Europea manterrà il divieto, si gioverà di condizioni più favorevoli allo sviluppo e alla concorrenza tra gli attori, e continuerà a ridurre il gap tecnologico che ha con gli americani.

Il quadro delle maggiori istituzioni formali che interessano il mercato del software è questo. Si può comprendere quanto sia difficile nel mondo del digitale controllare efficacemente il rispetto delle regole economiche, dei diritti di proprietà e dei contratti. È una situazione che crea incertezza e difficoltà decisamente negativa, specialmente se si pensa al fatto che ci si riferisce ad una risorsa strategica per l’evoluzione dei mercati.

Le risposte politico-giuridiche poste in essere per far fronte al cambiamento sembrano non comprendere né la sua natura del né quella della risorsa intorno alla quale si sta strutturando la ‘nuova economia’. L’evoluzione fino ad ora è stata così rapida anche per via dell’assenza di quelle regole formali che si vogliono ora introdurre.

Il movimento che sostiene il Software Libero è comunque molto attento e propositivo, l’opera di informazione che stanno svolgendo molto attivamente serve a contrastare l’asimmetria informativa attualmente presente sul mercato politico, sono state presentate molte proposte di legge a tutti i livelli e molte realtà stanno già cogliendo le potenzialità di questo ‘nuovo’ modello.

1 Gambaro, Ricciardi, 1997.

2 Previsto dalla Convenzione di Berna del 1886. Ma, seguito anche dai paesi non firmatari.

3 Berra, Meo, 2001, pagg. 25, 65, 126-7.

4 Ibid.

5 Prelievo di un file da un computer remoto.

6 Copia di sicurezza o di riserva

7 Come nei precedenti capitoli, uso Free Software per distinguerlo dall’Open Source e Software Libero se mi riferisco ad entrambi.

8 Organizzazione senza scopo di lucro fondata da Richard Stallman nel 1984 per patrocinare il Free Software. per una descrizione approfondita rimando al prossimo paragrafo.

9 L’ambiguità del termine inglese Free provoca questo fraintendimento.

10 http://www.fsf.org/philosophy/free-sw.it.html

11 È un gioco di parole: copyright (diritto d’autore) è formato dalle parola ‘copy’ (copia) e ‘right’ (diritto, ma anche destra), opposto di ‘left’ (sinistra, ma anche lasciato), da qui ‘Permesso d’autore’.

12 ‘Cos’è il Software Libero?’ http://www.fsf.org/philosophy/free-sw.it.html

13 Versione 1.9; http://www.opensource.org/docs/osd-italian.php.

14 Organizzazione senza scopo di lucro che vede tra i fondatori Bruce Perens. Egli scrisse la prima bozza come linee guida cui dovevano attenersi gli sviluppatori della distribuzione Debian GNU/Linux, “The Debian Free Software Guidelines” e l’ha perfezionata usando i commenti degli sviluppatori stessi attraverso una conferenza via e-mail che durò tutto il mese giugno del 1997. Egli riformulò le linee-guida della Debian per creare la “Open Source Definition”. Per ulteriori dettagli rimando al paragrafo 3.4.2.

15 Spesso sono clausole in contrasto con le legislazioni nazionali che servono a disincentivare l’avvio di azioni di risarcimento danni anche se legittime.

16 Il più delle volte a titolo oneroso.

17 Licenza ‘a strappo’.

18 Confusi, sfumati. La ‘Logica Fuzzy’ (non quella aristotelica) consente di comprendere meglio la distinzione dei due movimenti.

19 http://www.gnu.org/gnu/thegnuproject.it.html

20 Ibid.

21 GNU è un acronimo ricorsivo per “GNU’s Not Unix” (GNU Non è Unix) e si pronuncia gh-nu (con la g dura).

22 http://www.gnu.org/home.it.html.

23 Nel 2001, più del 67% dei fondi operativi della FSF è stato inviato da donatori privati.

24 Fonte: http://www.gnu.org/directory/all/ ; ottobre 2002.

25 “Un distributore di CD-ROM trovò che nella sua “distribuzione Linux”, il software GNU costituiva il contributo maggiore, circa il 28% del totale del codice sorgente, inclusi alcuni dei principali componenti essenziali senza i quali non potrebbe esserci nessun sistema. Linux propriamente detto costituiva circa il 3%”. Tratto da: http://www.gnu.org/gnu/linux-and-gnu.it.html

26 Ad esempio, i film di animazione e sempre di più gli effetti speciali cinematografici sono fatti usando strumenti basati su Linux. (Titanic, Planet of the Apes, Harry Potter, Toy Story, A Bug’s life, Monsters & C. , The ice age, per fare solo qualche esempio)

27 R. Stallman: http://www.gnu.org/gnu/thegnuproject.it.html

28 R. Stallman: http://www.gnu.org/gnu/thegnuproject.it.html

29 Il testo integrale della GNU/GPL e la sua traduzione sono consultabili in appendice D.

30 Altri tipi di Permesso d’autore sono utilizzati in circostanze specifiche. I manuali GNU sono protetti da Permesso d’autore, in una versione molto semplificata. Le altre licenze fanno perdere qualche libertà, pertanto, sono usate nel progetto GNU solo se indispensabili.

31 Berra, Meo, 2001, pag. 97.

32 E.S. Raymond, 1999.

33 I tempi della giustizia non sarebbero stati d’aiuto a Netscape.

34 Microsoft si stava muovendo con mezzi illeciti approfittando della posizione di quasi monopolio. La ‘condanna’ dell’antitrust americano è arrivata nel novembre 2002, blanda e tardiva.

35 Raymond in Di Bona, Ockman e Stone, 1999, pag. 226-7.

36 Ogni azienda proprietaria dei moduli inclusi in Communicator dovette scegliere se allearsi a Netscape, rilasciando i sorgenti con licenza open, o non farlo, con la prospettiva, però, di essere estromessa non appena rimpiazzato il suo codice.

37 Dal nome confidenziale che il team di sviluppo dava al nucleo del codice sorgente di Communicator.

38 L’occasione fu un ‘party selvaggio’ in uno dei night-club più grandi di San Francisco. Vicenda narrata in Di Bona, Ockman e Stone, 1999, pag. 213-22.

39 Del gruppo di promotori facevano parte, tra gli altri, Tim O’Reilly, Todd Anderson, Chris Peterson (del Foresight Institute), John “Maddog” Hall e Larry Augustin (entrambi di Linux International), Sam Ockman (del Silicon Valley Linux User’s Group), Bruce Perens ed Eric Raymond. Nei giorni successivi aderirono all’iniziativa molti altri, compreso Linus Torvalds.

40 Raymond in Di Bona, Ockman e Stone, 1999, pag. 229-30.

41 Testo in appendice.

42 Testo integrale commentato da Bruce Perens in appendice.

43 Attualmente sono 36, l’elenco completo e le rispettive caratteristiche sono disponibili alla pagina http://www.opensource.org/licenses/.

44 Lo status giuridico di ‘Open Source’, come di ‘Free Software’, è di parola generica e nessuna restrizione legale può essere obiettata nel suo utilizzo.

45 Perché “Software Libero” è meglio di “Open Source” di Richard Stallman disponibile all’indirizzo: http://www.gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom.it.html

46 Queste critiche non erano infondate e il caso KDE lo ha provato.

KDE, è il primo progetto Open Source di un desktop grafico per Linux, dipendeva in parte da Qt, una libreria proprietaria (la libreria è una parte di software che svolge delle operazioni ripetitive, routine, ed è riutilizzabile per programmi diversi). La libreria grafica Qt, di Troll Tech aveva una licenza che ne proibiva la modifica o l’uso con qualunque display software che non fosse X Window System. Ogni uso diverso richiedeva allo sviluppatore una licenza del costo di 1500 dollari. Ma, la possibilità di un desktop grafico per Linux era così allettante che molti utenti accettarono la situazione. Molti altri, però, lo ritennero insopportabile e decisero di avviare un progetto indipendente di desktop grafico, GNOME, e un altro gruppo avviò il progetto Harmony per produrre un clone Free con licenza LGPL (Licenza del progetto GNU apposita per librerie che consente l’uso delle stesse anche per lo sviluppo di software proprietario) di Qt.

Nel momento in cui GNOME divenne utilizzabile, Qt, per evitare l’abbandono del suo prodotto in ambiente Linux e per smorzare le ostilità, fu rilasciato sotto una nuova licenza, la QPL (classificabile come software libero non compatibile con la GPL e come conforme OSI) che rientrava - di poco - nella Open Source Definition (KDE, Gnome ed Harmony sono progetti tuttora molto attivi).

47 Argomenti poi usati da alcuni ‘concorrenti’ proprietari che si affidano alle tecniche di vendita FUD (Fear Uncertainty Doubt) che consiste nello stimolare - anche con la menzogna - sensazioni di paura, incertezza e dubbio nel cliente in modo da indurlo a preferire certi prodotti, i propri o di aziende ‘amiche’, a danno della concorrenza.

48 http://www.gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom.it.html, cit.

49 È nuovo per il software ma non nel mercato preso nella sua complessità che conosce già da tempo queste forme di commercio. Dimostrazione concreta più immediata è quella dell’industria alimentare, che si basa su ricette di cucina che sono di pubblico dominio per realizzare i propri prodotti che poi confeziona e distribuisce ma nulla impedisce di cucinare le stesse cose ‘fatte in casa’.

Lo stesso è per il Software Libero dove troviamo le ‘Distribuzioni’ che forniscono un prodotto confezionato pronto all’uso, ma il Software Libero è estremamente versatile perché composto, come un puzzle, da tanti piccoli pezzi e la disponibilità dei sorgenti consente di ricomporli per le esigenze più disparate.

50 Sul mercato questa soluzione Linux era già molto diffusa. I dati di IDC (http://www.idc.com/ ) o di altri consulenti alla fine del 2001 indicavano che Linux era stato installato sul 26.9% dei server con trend di crescita estremamente significativi.

51 Molti paesi stanno valutando la possibilità o hanno già approvato leggi per l’adozione del Software Libero nella pubblica amministrazione e nella scuola.

52 Linux nasce per l’Intel386 e funziona tutt’oggi per quell’architettura.

53 Con il termine ‘Distribuzione’ si indica sia il prodotto che l’azienda che lo genera.

54 Nucleo, nocciolo. È la parte del sistema operativo che permette al computer di avviarsi, di comandare tutti i dispositivi e di eseguire programmi.

Per avere un Sistema Operativo, al kernel va aggiunta una ‘collezione’ di altri programmi che consentono di far funzionare il computer, ad esempio, le interfacce utente, con cui l’utente ‘dialoga’ col computer in modo testuale (usando un linguaggio codificato che va appreso) oppure con l’interfaccia grafica (GUI, o Graphical User Interface) che consente di dialogare in modo più intuitivo selezionando delle icone.

55 http://www.redflag-linux.com/eindex.html

56 Che si prelevano da Internet.

57 http://www.debian.org/News/2002/20020719

58 Alpha, ARM, HP PA-RISC, Intel x86, Intel IA-64, Motorola 680×0, MIPS, MIPS (DEC), PowerPC, IBM S/390, SPARC.

59 Elenco dei pacchetti suddiviso in categorie: http://packages.debian.org/stable/

60 http://www.linuxcare.com/

61 http://www.prosa.it/

62 http://www.oreilly.com/

63 http://www.hopslibri.it/

64 http://www.apogeonline.com/Openpress

65 GNU Free Documentation License; dettagli all’indirizzo: http://www.gnu.org/licenses/licenses.html

66 Da un articolo Alessandro Rubini che “scrive software libero per vivere e sostiene il software libero come missione” (http://www.it.gnu.org/philosophy/software-libre-commercial-viability.it.html)

67 Dopo il vaglio della censura.

68 Cioè vietata dalla licenza.

69 Per una trattazione completa dei fatti accennati rimando a Gubitosa, 1999. E-book disponibile gratuitamente alla pagina: http://www.apogeonline.com/ebook/90017/scheda

70 Lett. Da pari a pari. Si tratta di software che permette di unirsi ad una ‘rete paritetica’ dove non c’è una gerarchia ed ogni utente è sia server sia client senza dipendere da un nodo centralizzato. Il sistema consente lo scambio tra utenti che mettono in condivisione le proprie risorse digitali come musica, film, testi, programmi, ecc.

71 Artt. 85 e 86 del Trattato CE, che vietano rispettivamente gli accordi tra imprese che restringono il gioco della concorrenza e l’abuso di posizione dominante.

72 http://www.attivissimo.net/rimborso_windows/istruzioni.htm

73 Il testo del Digital Millennium Copyright Act statunitense è disponibile in inglese all’indirizzo:

http://www.eff.org/IP/DMCA/hr2281_dmca_law_19981020_pl105-304.html

74 Il testo della direttiva 2001/29/CE (EUCD) è consultabile all’indirizzo: http://europa.eu.int/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexapi!prod!CELEXnumdoc&lg=it&numdoc=32001L0029&model=guichett.

75 Molti casi confermano i danni agli utenti ed ai ricercatori di queste normative.

Per un confronto approfondito tra EUCD e DMCA ed un approfondimento della questione ‘danni’, si vedano gli indirizzi:

http://www.softwarelibero.it/progetti/eucd/analisi.html

http://www.eff.org/Legal/recent_legal.html

http://www.sims.berkeley.edu/~pam/papers/Samuelson_IP_dig_eco_htm.htm

76 http://www.freesklyarov.org/

77 Per un approfondimento della questione, si vedano gli indirizzi:

http://www.softwarelibero.it/GNU/nemici/brevetti.shtml

http://lpf.ai.mit.edu/Patents/

78 “Non è pensabile che un ufficio brevetti possa valutare lo stato dell’arte, quando l’arte in questione copre tutto lo scibile umano (in quanto ogni concetto astratto può essere messo nella forma brevettabile di “programma per elaboratore”)”: http://www.linux.it/GNU/nemici/brevetti.shtml.

79 grazie ad un trucco linguistico: “Se volete brevetta­re un programma dovrete formulare la domanda in maniera un po’ più tortuosa; non dovete scrivere che avete escogitato un algoritmo matematico per ordinare gli elementi di una matrice in ordine cre­scente (esiste e si chiama algoritmo “bubble sort”), ma che avete inventato un apparato hardware che permette di inserire una serie di numeri casualmente da un dispositivo di input e che li trasforma in una sequenza ordinata su un rotolino di carta”. In Carlini 2002, pag. 108.

80 Questo è in contrasto con la ratio della norma sul brevetto che ricambia con lo sfruttamento esclusivo il fatto di svelare e descrivere l’invenzione in modo che possa essere immediatamente acquisita al patrimonio tecnologico di tutti.

81 l’Ufficio Brevetti Europeo ha già approvato più di 20.000 di tali brevetti, (dal brevetto sul formato grafico JPEG alla diagnosi automatica (qualunque diagnosi), dal confronto della pronuncia dell’allievo con la pronuncia dell’insegnante, al ridimensionamento di una finestra grafica quando e` oscurata da un’altra finestra, includendo la conversione di nomi da una convenzione ad un’altra per rappresentarli) arrivando al punto di piegare le normative, diramando direttive per gli esaminatori in diretto contrasto con la legislazione vigente. La “galleria degli orrori” raccolta da Foundation for a Free Information Infrastructure (FFII) include sia esempi di brevetti malfatti (http://swpat.ffii.org/vreji/pikta/mupli/index.en.html), sia esempi di impedimenti allo sviluppo software a causa di brevetti (http://swpat.ffii.org/vreji/pikta/index.en.html).

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