Biblioteche digitali: il pericolo è non farle.

A fine Agosto si è svolto a Milano il 75° congresso mondiale dei bibliotecari. Ho tenuto da allora un ritaglio di giornale che, con molto ritardo, ho deciso di commentare.

Su Il Giornale del 25 agosto 2009, c’era un pezzo dal titolo “Biblioteca digitale? È un pericolo: ha la memoria corta” un’intervista di Matteo Sacchi a Claudia Lux, presidente dell’IFLA, Federazione Internazionale delle Biblioteche e direttore generale della Biblioteca Centrale e regionale di Berlino.

La domanda di fondo riguarda la digitalizzazione delle biblioteche. Sacchi riporta dal convegno che i quattromila delegati si stanno chiedendo se la ventata di tecnologia che sta investendo anche il mondo bibliotecario sia sempre positiva e possa durare “per sempre”.

Dalle risposte della Lux a Sacchi - prendendo dai virgolettati -, apprendo che il libro di carta non è morto, e fin qui va bene, ma il perché, e le argomentazioni mi hanno spinto ad una riflessione che desidero condividere.

Il processo di diffusione del libro digitalizzato, afferma, va a rilento perché il libro cartaceo è di più facile utilizzo, inoltre lamenta la questione del Copyright. Le biblioteche possono permettersi l’acquisto di poche licenze per cui la consultazione online viene abbandonata in favore delle copie cartacee, che risultano più facilmente disponibili, almeno lamenta che a Berlino avviene sempre più di frequente.

Prosegue l’argomentazione sulla vitalità del libro cartaceo riportando una serie di problemi che affliggono il mondo digitale. I materiali CD/DVD, l’assenza di standard e la questione del Software. Le argomentazioni, però, paiono strampalate e ad una rilettura mi spingono ad avanzare l’ipotesi che si tratti di vero e proprio FUD (Fear, Uncertainty and Doubt: paura, incertezza, dubbio - tecnica in voga in ambiente informatico “proprietario” per rallentare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie “avversarie”), oppure, a discolpa, c’è la possibilità che la conversazione nel virgolettato, sia frutto di ritagli fatti dall’articolista presi da un discorso spogliato di parti essenziali.

Compaiono affermazioni come “basta uno sbalzo di temperatura per comprometterli” riferito a “Cd e CdRom”, che è stato creato un “gruppo di studio per creare degli standard e delle regole. Allo stato attuale l’unica sicurezza è data dal mantenere delle copie originali su server”… copie originali su server??? in che senso? …boh

Le soluzioni? Innanzitutto mettersi d’accordo sugli standard, il software, il metodo e avere supporti garantiti. Nel mondo digitale gli standard ci sono già e sono molti, se si utilizzano standard aperti la consultazione sarà effettuabile per sempre attraverso software - meglio se open source - che garantiscano sempre la retrocompatibilità. Quando la Lux dice “non è detto che una cosa salvata oggi si possa leggere tra vent’anni” ha perfettamente ragione, ma questo vale sia per il digitale sia per la carta. Le biblioteche a volte crollano o bruciano o vengono inondate dall’acqua, i libri si corrompono, sbiadiscono, vengono gustati dai tarli e dai parassiti, la carta acida è una piaga come la manipolazione umana che li degrada: la conservazione è fondamentale. Ma la conservazione è fatta per rendere disponibili alla consultazione i testi.

La questione dei supporti è a mio parere dettata da mentalità eccessivamente legata al passato o di scarsa conoscenza delle potenzialità date dal digitale, che ha il vantaggio di poter essere replicato infinite volte al solo costo dell’energia e dei supporti e questi ultimi sono sempre meno costosi. In altre parole standard,software, metodo e supporti sono problemi superabilissimi  in un arco di tempo molto breve.

Rimane alla fine quello che ritengo il vero nocciolo della questione. Il problema del copyright. Da diritto posto a tutela degli autori è stato fagocitato dagli editori che spingono sempre più ad una limitazione il più ampio possibile per poter “controllare” i propri interessi economici; nulla di grave se non fosse che si è arrivati ad un eccessivo sbilanciamento di diritti ed interessi a discapito dei lettori e degli stessi autori.

Nel periodo in cui ho scritto la mia tesi, mi è capitato spesso di  voler acquistare il libro e di scoprirlo fuori catalogo, per sempre, anche se non scaduti i diritti (che di recente sono passati da 50 a 70 anni dalla morte dell’autore). Il desiderio di possedere quel libro mi avrebbe spinto a commettere un gravissimo reato, dato che fotocopiare il volume pare essere un delitto contro l’umanità sanzionato con la dovuta severità. Mi restava solo recarmi in biblioteca dove il più delle volte non trovavo l’unica copia cartacea perché fuori in prestito (che dura un mese).

Per le biblioteche è quasi vanificata la possibilità di avere enne copie di un libro da poter prestare ad utenti che frequentano i propri locali, consentendo la lettura in loco attraverso videoterminali collegati all’archivio o ancor meglio agli utenti lontani (mica tutti hanno la Sormani a cinque fermate di metrò). A mio avviso così non si fa altro che pregiudicare la diffusione della cultura e della conoscenza, o costringerci a recarci in copisteria circospetti e muniti di passamontagna. :-)

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Per un interessante (considerando la fonte) approfondimento relativamente neutrale rimando a questo link

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